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Domenico Carboni

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Lo sposo burlato

Dramma giocoso in due atti di Giovanni Battista Casti

musica di

GIOVANNI PAISIELLO

(1778)

Edizione critica di Domenico Carboni (1998)

Prima rappresentazione assoluta in tempi moderni: Sassari, Teatro Civico 18-19.12.1998

DON TOTORO, benestante, uomo impazzito per la poesia greca......................................................Luciano di Pasquale
LESBINA,
giovane fanciulla amante di Lindoro..................................................................................Patrizia Cigna
LISETTA,
cameriera di Lesbina............................................................................................................Nunzia Santodirocco
LINDORO
, amante di Lesbina..............................................................................................................Margherita Pace
VALERIO,
amico di Lesbina..................................................................................................................Vito Martino

Coro di servitori di Valerio finti demoni.................................................................................................Coro "Opera"
Servo di scena
...........................................................................................................................................Carlo Valle

Maestro del Coro Giuseppe Saccu

Direzione e concertazione
Paolo Paroni

Allestimento e regia
Giampiero Cubeddu

Maestro sostituto Stellario Fagone Buscimese. Aiuto regia Alfredo Ruscitto. Scenografi e realizzatori Sergio Piras, Giampaola e Antonella Atzori
Scenotecnica Scenosist
Luci Marcello Cubeddu
Costumi Arrigo, Milano. Parrucche Audello, Torino. Calzature C.C.T. Roma. Sartoria e trucco Luisella Usai, Teresa A. Senes

Patrizia Cigna e Margherita Pace

Uno Sposo Burlato per Caterina II

   Quando nel 1778 Caterina II ordinò al suo maestro di cappella Giovanni Paisiello di scrivere una nuova opera buffa da rappresentarsi in estate nel teatro all'aperto del suo palazzo di Pietroburgo il compositore obiettò che non aveva un librettista a disposizione dal momento che il librettista di corte Coltellini era defunto ormai da diversi mesi e non era stato sostituito. La zarina si rivolse allora a Giovanni Battista Casti che in quel periodo si trovava a Pietroburgo in qualità di "membrino del corpo diplomatico" austriaco. Casti era in realtà un informatore incaricato  di redigere particolareggiate  relazioni politico-militari ad uso degli Asburgo. Il poeta-spia metteva in guardia l'imperatore definendo Caterina II "cogliona in nessuna maniera" e "scaltra e ambiziosa"e denunciandone l'ambiguità. L'attività spionistica non impedì certo al Casti di accettare la commissione, anche perché i seimila rubli pattuiti erano una ricompensa molto generosa.

   Il poeta viterbese e il compositore tarantino si misero dunque al lavoro. Le direttive di Caterina sulla nuova opera erano precise e perentorie: durata di un'ora e mezza al massimo, recitativi ridotti allo stretto necessario, e poi non dovevano mancare scene corali e balletti. Paisiello aveva in mente di riciclare alcune scene del Socrate immaginario, sia per risparmiare fatica, sia perché non gli andava giù che quell'opera, andata in scena a Napoli poco prima del suo viaggio in Russia, era stata proibita e ritirata alla sesta recita. Questo era successo poiché il personaggio di Don Tammaro, fanatico dell'antica Grecia al punto da credersi Socrate redivivo, era un'esplicita caricatura di Saverio Mattei, personaggio molto influente nella corte partenopea. Su  pressioni di quest'ultimo, re Ferdinando emise un decreto dichiarando "indiscreta" l'opera e ne proibì in perpetuo la rappresentazione. I funzionari della censura reale, rei di aver dato un avventato imprimatur al libretto di Giovanni Battista Lorenzi, furono condannati a pagare i danni all'impresario. Casti era alla sua prima esperienza di librettista, acconsentì al desiderio di Paisiello e imbastì un nuovo libretto inglobando al secondo atto la scena "infernale" del Socrate. Nonostante l'evidente saccheggio del libretto del Lorenzi, Casti ha modo di esibire le sue indubbie qualità di poeta satirico che saranno messe in luce nei successivi libretti approntati a Vienna per lo stesso Paisiello (Re Teodoro) e per Salieri (Prima la musica poi le parole, La grotta di Trofonio) considerati fra i migliori del tempo con quelli di Da Ponte.

   L'opera andò in scena il 13 luglio 1778. Il cast era composto da elementi di primo piano che si trovavano al servizio della corte: Lesbina era la Prèmiere Chanteuse Caterina Bonafini (voix tendre, expressive... d'une jolie figure); Valerio era interpretato dal giovane tenore Matteo Babbini; Lindoro era il sopranista Francesco Porri; la parte di Lisetta era affidata al soprano locale Marfa Krolevna, allieva della fiorente scuola di canto italiana. ma il vero protagonista fu il basso-baritono Baldassarre Marchetti, specialista nel ruolo di "buffo caricato": per lui Paisiello creerà più tardi i ruoli di Uberto (La serva  padrona) e di Bartolo (Il barbiere di Siviglia). Lo spettacolo ebbe successo e la zarina, in segno di riconoscenza, volle regalare a Casti una preziosa pelliccia: è lo stesso poeta a raccontarlo nella prefazione del suo Poema tartaro, una parodia del poema eroico dove racconta con feroce satira le vicende dell'avvento al trono imperiale di Caterina II retrodatandole al duecentesco impero mongolico del Gran Kan... e della Gran Kagna. Questa impertinenza gli costerà poi il posto di poeta cesareo poiché il poema, che a Vienna circolò parecchio, creò delle inopportune noie diplomatiche fra l'Austria e la Russia.

   Per volere di re Ferdinando le opere di Paisiello composte in Russia dovevano essere raccolte dall'Arcivescovo di Taranto. Ovviamente Paisiello si guardò bene di spedire la partitura de Lo sposo burlato poiché se il sovrano si fosse accorto che aveva contravvenuto al suo ordine riciclando, anche se parzialmente, l'opera "indiscreta" di Lorenzi , avrebbe dovuto dare addio alla sua aspirazione di entrare al servizio della corte napoletana. Così la partitura non fu copiata e rimase un unicum custodito in un archivio di Pietroburgo dove si trova tuttora. In tempi moderni è stata segnalata da studiosi quali Pastorelli e Mooser. Michael Robinson nel suo Giovanni Paisiello, a thematic catalogue of his works (Pendragon Press, Stuyvensant, New York), ha indicato con precisione gli autoimprestiti non solo dal Socrate ma anche dal Duello comico. Gli autoimprestiti comunque erano prassi comune nel melodramma dei secoli XVIII e XIX quando i compositori erano costretti ad una continua e frenetica produzione di opere, questo non inficia però la qualità del prodotto finale se il compositore agisce con criteri artistici. Questo è il caso de Lo sposo burlato che può "soffrir le scene" oggi come ieri al pari delle migliori opere buffe settecentesche. (D.C.)

         La trama

   Lo sposo burlato è una satira dei poetastri ridicolizzati nella figura di Don Totoro che pretende di conquistare l'amore di Lesbina (innamorata di Lindoro) con sconclusionati madrigali. Lesbina, che è costretta ad accettare la corte del sedicente poeta essendo stata promessa a lui, alquanto sciroccato ma ricco, dal defunto padre, prega l'amico Valerio a fare qualcosa per toglierlo di mezzo. Valerio, travestitosi prima da mago e poi da Sibilla Cumana, convince Don Totoro dell'inopportunità per un poeta par suo di amare una "donna volgare" come Lesbina. Organizza quindi per il credulo poetastro una "discesa agli inferi" come per un novello Orfeo sfruttando la suggestione di un'oscura caverna situata nella tenuta di campagna con la complicità dei suoi servi travestiti per l'occasione da Furie e da anime trapassate. Don Totoro sarà costretto a sposare Lisetta (anche lei complice della burla per evidenti motivi di interesse) spacciatagli dalla "Sibilla" per la collega Saffo che lui, alla maniera di Orfeo, trarrà dagli inferi.

La rima in ...oppa. ScenaVI e VII

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