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Domenico Carboni

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LA FRASCATANA

di Giovanni Paisiello

1771

Revisione di Domenico Carboni

1994

Prima rappresentazione in tempi moderni:  Teatro dei Concordi (Acquaviva di Montepulciano 

  3-4 Agosto 1994)  

 Sabina Macculi, la prima Frascatana dei tempi moderni 

 

 

  SOGGETTO

   Il nobile romano Cavalier Giocondo è in viaggio da Roma a Velletri, dove l'attende la sua promessa sposa Donna Stella, con la quale deve convolare a nozze. Prima di raggiungere la città, però, Giocondo fa tappa a Marino, sapendo che qui abita Violante, giardiniera di Frascati, di cui è da tempo invaghito. Il Cavaliere, infatti, per nulla entusiasta di sposare Donna Stella, vorrebbe tentare di conquistare la bella frascatana. Questa situazione preoccupa non poco Pagnotta, servitore che il padre di Giocondo ha messo alla costole del figlio per evitare, appunto, questi "diversivi". Incurante delle raccomandazioni di Pagnotta ("Brutta cosa che sarebbe"), Giocondo è deciso a non lasciare Marino senza prima aver almeno tentato di corteggiare l'amata. L'occasione propizia capita grazie all'incontro casuale con Don Fabrizio, vecchio amico del Cavaliere, nonché suo debitore della ragguardevole somma di mille scudi. Saputo che Don Fabrizio conosce Violante, il Cavaliere lo prega di fare da intermediario ("Tu dirai alla mia bella"). Ma Don Fabrizio altri non è che il tutore della frascatana ed ambisce anche lui a sposarla. Tuttavia non può scontentare il Cavaliere per via del suo debito... E' un "brutto imbroglio". Violante si finge "finta semplice" per burlarsi del suo sciocco tutore ("Giovinette semplicette"), ma in realtà sa il fatto suo: è invaghita di Nardone, umile ma avvenente pecoraio, che spasima per lei ("Amor non so che sia"), al quale dichiara il suo amore ("Son fanciulla a tanto basta"). Nardone è quindi felice e confida la sua felicità proprio a Don Fabrizio, non sapendo che egli è il tutore dell'amata, e questi, ovviamente, tenta di scoraggiarlo ("Obbligato dell'avviso"). Frattanto Pagnotta amoreggia con Lisetta, cameriera della locanda ove alloggia con il Cavaliere. La ragazza ne approfitta per sottrarre il ritratto di Violante in possesso del padrone: anche lei ha in mente un piano ("Son donna è vero"). A complicare le cose arriva alla locanda Donna Stella, avvertita da qualcuno che il suo promesso sposo spasima per la frascatana ("D'una sposa meschinella"). Il quadro è così completo. Don Fabrizio deve tenere a bada sia il Cavaliere (duettino "Con quel labbro di rubino"), che Nardone, il quale amoreggia impunemente con Violante ("Mettiti un po' così"), incurante del voglioso tutore. L'atto termina con il consueto concertato, dove tutti i personaggi litigano tra loro ("Traditrice senza core").
E' stata la furba Lisetta a far la spia a Donna Stella, e lo confida a Pagnotta ("Non serve fingere"), il quale convince il Cavalier Giocondo a "salvar la capra e i cavoli", "finendo amor con Donna Stella". Il Cavaliere acconsente, Pagnotta gioisce ("Il cor per l'allegrezza") e l'ignara Donna Stella si consola ("Quel bel nome di sposino"). Intanto Don Fabrizio mette zizzania tra Violante e Nardone: a lei dice che il suo spasimante è in realtà sposato con tale Pasquetta ed ha pure due figli; mentre a lui dice che la sua amata frascatana si è appena sposata con tale signor Mortadella, suo tutore. I due innamorati fatalmente litigano (duetto "Care donne sventurate"), ma poi, messo alle strette, il maldestro Don Fabrizio confessa le sue menzogne. Non si arrende, però. Richiude la sua pupilla in una torre di un suo antico casale diroccato, per poi rapirla e costringerla a sposarlo. Ma Nardone e Pagnotta, avvertiti da un contadino, liberano Violante e sostituiscono ad essa Lisetta, opportunamente velata. Il "rapitore" è però sorpreso dal Cavaliere, che vuole salare la sua bella. Sopraggiungono Nardone, Violante e Donna Stella, dando luogo ad un movimentato concertato ("Vieni pur carina mia").
La vicenda giunge all'epilogo. Il Cavalier Giocondo non si dà pace perché Violante preferisce a lui, nobile e ricco, un volgare pecoraio. Ricattando Don Fabrizio per via del suo debito di mille scudi, lo costringe a cedergli in sposa Violante. La giovane, però, non ne vuole sapere, ed è decisa a sposare il suo Nardone (quintetto "Son deriso e avvilito"). Il Cavaliere si rassegna quindi a sposare Donna Stella. Saputo che Nardone è pecoraio sì, ma padrone di migliaia di capi e custode di un'eredità lasciatagli dal padre , Don Fabrizio benedice l'unione tra i due innamorati.
La vicenda si conclude quindi con tre matrimoni: Nardone con Violante, il Cavaliere con Donna Stella e Pagnotta con Lisetta ("Evviva gli sposi"). L'unico gabbato è Don Fabrizio. Ma è una sorte comune a tutti i vogliosi tutori delle opere buffe.

 

L'OPERA

"La Frascatana" è il primo grande successo di Giovanni Paisiello. Fu rappresentata per la prima volta al Teatro Grimani di S. Samuele di Venezia e, subito dopo, in versione in dialetto, al Teatro Nuovo di Napoli. Fu poi ripresa in molti importanti teatri italiani (nell'autunno 1775 è programmata contemporaneamente a Reggio Emilia, Milano, Torio e Verona), per poi esplodere in tutta Europa: Vienna, Dresda, Londra, Copenaghen, Madrid, Parigi, Stoccolma, Esterhaz (sotto la direzione di Haydn), Varsavia, Berlino, Lisbona... Fu anche riciclata in Francia come "opéra comique" col titolo di "L'infante de Zamora" e come "singspiel" col titolo "Das Maedchen von Fraskati" in Germania. Le rappresentazioni durarono ininterrottamente fino a tutto il Settecento. Poi, l'opera scomparve dalle scene.
Il successo de "La Frascatana" determinò una decisiva svolta nella carriera di Paisiello. Il trentasettenne maestro tarantino stentava ancora ad affermarsi, nonostante avesse all'attivo una quarantina di titoli fra opere buffe, intermezzi e feste musicali. La sua fama era ancora oscurata da Piccinni ed il suo nome non riusciva a varcare le Alpi. Per di più, a Napoli, Ferdinando IV, alla cui corte Paisiello ambiva entrare in servizio, non lo vedeva di buon occhio per lo scandalo di una disavventura giudiziaria che portò il compositore in galera. Si era infatti rifiutato di onorare il contratto di matrimonio con tale vedova Cecilia Pallini, sostenendo che la donna aveva barato sull'entità della dote. Avendo la "fidanzata" fatto valere le sue ragioni in tribunale, Paisiello fu imprigionato per due mesi, fino a quanto, obtorto collo, si rassegnò alle nozze, riacquistando la libertà (una riluttanza alle nozze che molto assomiglia a quella del Cavalier Giocondo con Donna Stella: ma ogni riferimento ai personaggi inventati dal librettista napoletano Filippo Livigni è puramente casuale). La fama internazionale dovuta alla "Frascatana", però, gli consentì di riottenere il favore regale, con le relative ambite commissioni, e lo fece conoscere presso altre corti, che lo ricoprirono di onori e di guadagni.
"La Frascatana" dimostrò subito di detenere un ruolo cruciale non solo nell'ambito della produzione buffa del compositore tarantino, ma anche in seno allo sviluppo dell'opera comica napoletana. Paisiello si trovava finalmente ad avere la prima grande opportunità di far conoscere il suo talento anche al di fuori delle mura patrie, dove lo spettacolo buffo si avviava decisamente ad ottenere un consenso sempre maggiore. Certo, a Napoli, Paisiello si poneva come l'erede naturale di una tradizione musicale che poteva vantare un fortissimo radicamento, frutto di una pratica ormai ultracinquantennale; ma nello stesso tempo era diventato l'artefice del passo decisivo che portò l'opera buffa alla corte borbonica, ad insidiare il ruolo di preminenza che fino agli anni Settanta del XVIII secolo deteneva l'opera seria. Fu soprattutto grazie ai favori di cui l'opera buffa cominciava a godere nell'ambito dell'aristocrazia napoletana, che il nome di Paisiello prese a fare capolino nei grandi circuiti operistici internazionali. Protetto e sostenuto da Ferdinando Galiani, consigliere di Stato per il commercio alla corte borbonica, ma anche letterato e frequentatore dei principali circoli aristocratici europei, Paisiello poté tentare l'avventura russa in una San Pietroburgo che ormai, dopo l'abbandono di Tommaso Traetta, lamentava 'assenza di un musicista italiano di spicco. Ma anche se in Russia fu dapprima chiamato per comporre opere serie, egli contribuì in seguito in maniera determinante alla definitiva affermazione in campo internazionale di uno spettacolo buffo ormai profondamente trasformato.
Radicali cambiamenti si rendevano giocoforza necessari per neutralizzare quelli che erano i due principali ostacoli alla diffusione europea dell'opera buffa. Innanzitutto il dialetto napoletano impiegato copiosamente dai librettisti partenopei fu soppiantato dalla lingua italiana, con una conseguente mitigazione di quel certo realismo sanguigno che fino ad allora aveva caratterizzato l'opera buffa. A questo aspetto seguì da vicino anche un allontanamento dei soggetti operistici buffi dalla commedia dell'arte, tradizionale ed inesauribile serbatoio della sorprendente galleria di personaggi e di situazioni divenute poi tipiche dell'opera comica. Ne venne fuori perciò uno spettacolo di tipo più "moderato", con i personaggi che si esprimevano rigidamente in lingua italiana (o, come allora si diceva, in dialetto toscano), con l'ambientazione sempre meno partenopea: insomma, una vera commedia per musica, che proprio con "Il barbiere di Siviglia" di Paisiello toccava il suo apice a San Pietroburgo nel 1782.
Quale, dunque, il ruolo della "Frascatana" all'interno di questo processo di rinnovamento?
Sicuramente in essa confluirono da un lato la volontà di Paisiello di dare un serio contributo al rilancio internazionale del genere comico e dall'altro le sue speranze di una rapida ascesa all'olimpo dei massimi compositori settecenteschi. Proprio intorno a questo duplice interesse furono mossi i passi decisivi nella progettazione dell'opera. Per la verità, non si possiedono molte notizie né sulla sua composizione, né sulle vicende che portarono a Venezia l'illustre musicista tarantino. Si può però intuire quanto Paisiello tenesse al successo in terra straniera, prendendo atto della presenza di significativi elementi riscontrabili pure nel mondo dell'opera comica extra-partenopea. Già nella "Frascatana" appare perfettamente delineato il processo di italianizzazione dell'opera buffa: infatti, qui tutti i personaggi si esprimono in italiano, anche quelli ai quali forse non sarebbe spettato l'onore di un tale innalzamento culturale, come Violante, giardiniera (proprio similmente alla Cecchina de "La buona figliola" picciniana), come Don Fabrizio e, ancora di più, come Nardone, pastore, che certamente in contesti napoletani avrebbero fatto sfoggio di un repertorio vastissimo di frasi e modi di dire dialettali. Livigni, poi, evita l'ambientazione napoletana, anche se, trasportando l'azione presso i Castelli romani, fa salvo in qualche modo il generico riferimento ad un ideale mezzogiorno d'Italia.
Forte di un libretto tutto sommato tradizionale, tutto improntato ad un susseguirsi di arie e duetti, interrotto solo dai due finali e da un quintetto piazzato verso la conclusione dell'opera, Paisiello tentò di giocarsi una carta importante e sicura, riciclando per la rappresentazione di Venezia ben sei brani provenienti da precedenti composizioni. In particolare furono saccheggiati "Il duello" (1774, libretto di G. B. Lorenzi, dal quale venne ripresa la sinfonia d'apertura) ed "Il credulo deluso" (da "Il mondo della luna" di Goldoni, dal quale furono tratti arie e duetti), due opere che a Napoli avevano riscosso entusiastici consensi.            
Sicuro della presa che i suoi brani avrebbero avuto sul pubblico veneto, Paisiello dedicò maggiore attenzione ai pochi concertati dell'opera (tre appena) che proprio a Venezia, e per merito di Goldoni, stavano diventando i pilastri dell'opera comica della seconda metà del secolo. Ed è in particolare nel finale I, per tradizione il momento di massima confusione della vicenda, che Paisiello "in quanto a potenza di effetti e felicità di invenzione, si lascia alle spalle molti brani simili contenuti nelle opere buffe del tempo" (Lippmann). Per il resto, l'opera appare ben inserita nell'ambito della tradizione operistica di quegli anni. Pochissime le arie col da capo, riduzione dei lunghi episodi introduttivi strumentali, impiego del recitativo accompagnato in momenti importanti dell'opera, adozione di nuove strutture formali per le arie. Non manca neppure la classica rigida suddivisione stilistico-vocale tra personaggi comici e personaggi seri, che, in verità, Paisiello tendeva a scardinare proprio nelle opere comiche di quegli anni.
Ad ogni modo, sembra che il riscontro fu almeno pari alle aspettative, se l'opera, in brevissimo tempo, fu rappresentata nelle principali piazze europee. Fu un successo che accompagnò Paisiello in uno dei momenti più fortunati della sua carriera, quando cioè, in viaggio per la Russia, si fermò per una breve sosta a Vienna, dove gli fu tributato omaggio proprio con la rappresentazione della "Frascatana". Di quest'opera si accorse anche il grande Metastasio che, per l'occasione, scrisse a Saverio Mattei: "Passò alcune settimane or sono
per questa città il bravo Paisiello, ma si trattenne momenti. Era appunto in scena una sua bellissima opera intitolata "La Frascatana"; egli assisté a una rappresentazione e ne ricevé nel fine, da tutta l'udienza, lunghi e strepitosi applausi".

 

 

  L'AUTORE

  Giovanni Paisiello, nato a Taranto il 9 maggio 1740, morto a Napoli il 5 giugno 1816.
Iniziò la più elementare pratica musicale nella chiesa dei Gesuiti di Taranto, dove fu notato dal tenore ecclesiastico Resta, che gli impartì i primi insegnamenti tecnici. Grazie a due mecenati locali, entrò nel Conservatorio di S. Onofrio a Capuana di Napoli, dove studiò con Durante, Cotumacci, Amos. Durante gli studi scrisse musica sacra e un intermezzo buffo. Diplomatosi, non si affermò subito a Napoli. Dopo aver composto opere per i teatri di Bologna, Modena, Venezia, Parma (musicò in quel periodo, tra l'altro, tre libretti di Goldoni e uno di Metastasio), tornò alla sua patria adottiva nel 1766 ed ottenne un enorme successo con "La vedova di bel genio", seguito l'anno dopo da un nuovo trionfo con "L'idolo cinese" e poi da una serie di rappresentazioni comprendenti anche due opere serie, "Lucio Papirio dittatore" e "Olimpia". Dopo aver composto tra il 1771 ed il '76 un rilevante numero d opere (tra le quali particolarmente notevole il "Socrate immaginario"), fu invitato da Caterina II presso la corte russa: qui elaborò "La Nittei" (1777), "La serva padrona" (1781), "Il barbiere di Siviglia" (1782), "Il mondo della luna" (1783), probabilmente altre sette opere nuove, oltre alla rielaborazione del "Demetrio" e del "Marchese Tulipano". Sollecitato a tornare a Napoli, partì alla fine del 1784 e durante il viaggio fece conoscere l'oratorio "La Passione di Gesù Cristo" prima a Varsavia, poi a Vienna, dove scrisse per incarico dell'imperatore Giuseppe II "Il Re Teodoro a Venezia". Succeduto a Cafaro nella carica di compositore di corte, nel suo secondo periodo napoletano compose un'altra non breve serie di opere, raggiungendo il vertice dell'arte e della gloria con "Nina ossia La Pazza per amore" (1789). Dopo la rivoluzione partenopea del '99 ed il ritorno dei Borboni, per quanto dapprima epurato e poi riammesso a corte, preferì accettare l'incarico di maestro della cappella personale di Napoleone. A Parigi, oltre a molta musica sacra, fece rappresentare all'Opéra "Proserpina" (1803). Ma il tiepido successo dell'opera lo indusse a tornare a Napoli, dove assunse diversi incarichi e raccolse un ultimo successo con "I Pittagorici" (1808), ma le allusioni politiche contenute nel testo di Monti gli procurarono gravi amarezze quando Ferdinando di Borbone tornò a Napoli, umiliandolo durante un ricevimento nel maggio del 1816.
La nota più caratteristica del teatro musicale di Paisiello è sicuramente quell'accento patetico che con significativa frequenza sboccia sul terreno del genere giocoso. E questo è tanto più notevole in quanto nel genere serio il compositore non si elevò oltre il livello medio del suo tempo. "La Nina", suo capolavoro, appartiene ad un genere tutto particolare, nel quale egli trovò quasi miracolosamente ma integralmente la sua via, e rivela quale sia stata la vera qualità del suo genio. A Paisiello, romantico ante litteram, l'"opéra larmoyant" fornì le migliori possibilità di libera espansione delle sue facoltà creatrici. Che cosa avrebbe ancora dato, se avesse avuto occasione di insistere in questo campo, nessuno può dire; certo è che per quell'unica volta egli superò gli ostacoli posti dalla sua scarsa preparazione culturale. Non una finzione di storiche figure legnose, come quelle del "Lucio Papirio dittatore" o del "Demetrio"; non una farsa ridanciana e insulsa, come quelle della "Gatta di Trofonio" o degli "Zingari in fiera", ma un dramma intimo ed autentico, una donna vera, viva e soave nel suo strazio senza grandezza, che si inseriva nella serie delle donne paiselliane e ne diveniva, per così dire, il simbolo. Ad alcune di queste elegiache creature, e talvolta con un solo spunto tematico, inconsapevolmente Paisiello affidò il suo più autentico messaggio di poesia.
Nelle opere giocose la sua vera nota distintiva e rivelatrice - un talento buffonesco, capace di toccare tutte le sfumature del comico e del semiserio nella schiettezza del dialetto napoletano - si rivela in nuce (nella formulazione melodica) ed è percepibile soprattutto in forza del contrasto con una sostanza generale di prim'ordine, ma non patrimonio esclusivo della personalità di Paisiello: personalità che si manifesta non tanto nell'essenza creativa, quanto in ciò che ne costituisce l'indispensabile e caratteristica complementarità, quali la frequente adozione di formule in luogo di temi veri e propri, gli effetti imitativi e parodistici in sede strumentale, le iterazioni, gli accorgimenti coloristici, lo sfruttamento delle possibilità di connubio sonoro offerte da quel dialetto partenopeo che egli predilesse. Si può dire che l'opera comica paiselliana si definisca tutta su di un tale contrasto ed in virtù di essa. Attraverso il singolare impasto del comico con elementi sentimentali lo stile dell'opera buffa, in Paisiello, si eleva decisamente di tono. "La Nina" e "La Bella Molinara", poi, si impostano anche sull'elemento rusticano, espresso in un canto gentile, con accorgimenti sottili, con notevoli pezzi d'insieme (il coro dei villani e delle villane "Dormi, o cara").
Strutturalmente, Paisiello non si discosta molto dalle architetture e dalla pratica del tempo, pur evitandone le pastoie. E, se si può notare in lui qualche indizio di un processo evolutivo, esso si ricollega ad una consapevolezza sempre più sicura della propria naturale esigenza e ad un intuito sempre più ricettivo. Ne è esempio la liberazione progressiva dall'accademismo della sinfonia: pur senza uno sviluppo rettilineo, Paisiello giunge ad una sinfonia assai libera, svincolata da rigidi schemi precostituiti. Analogamente, tradizionale e libero al tempo stesso è l'uso delle forme chiuse. Nell'aria egli non reca una propria impronta personale, ma manifesta qualche preferenza per taluno degli stilemi allora d'uso corrente. Nei pezzi d'insieme, se generalmente il polifonista si fa sentire più del drammaturgo, non mancano profili sonori e contrasti perfettamente aderenti allo svolgimento dell'azione: psicologia musicale, più che senso musicale del dramma. Se nel campo della strumentazione non è da escludere un certo influsso dello stile francese, nella pratica armonica rimane sempre quella del Durante: semplice e sala ad un tempo.
Natura istintiva, Paisiello dimostra, proprio in grazia di questo, una personalità forte ed autentica. Suscettibile più di influire (come è stato dimostrato a proposito di Mozart) che di subire gli influssi altrui. Eppure, ben poco della sua produzione è rimasto nel

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