Paisiello: L’amore ingegnoso (1785)    Al Teatro Valle di Roma, nella seconda metà del Settecento, si alternavano alle  rappresentazioni di prosa allestimenti di piccole opere buffe denominate «intermezzi per  musica». Queste opere, destinate ad intrattenere un pubblico popolare, si differenziavano dai  «drammi giocosi», rappresentati dai grandi teatri, per la durata relativamente breve, due atti  invece di tre, cast limitato a pochi personaggi, quattro o cinque al massimo, recitativi brevi e  concisi. Si cimentarono in questo tipo d’opera compositori specialisti del genere “buffo come”  Piccinni, Cimarosa, Jommelli, Guglielmi, Fioravanti, per citare solo i più in voga. I libretti  seguivano gli schemi consueti della commedia per musica come matrimoni per forza con  vecchi barbogi sventati con ingegnosi stratagemmi da giovani amanti o da servi scaltri. Al  centro dell’attenzione era la figura femminile “finta semplice”, cioè in realtà maliziosa e astuta, alle prese con un tutore voglioso o con un padre burbero interpretati dal basso-baritono “buffo” che alla fine immancabilmente risultava beffato. Alla semplicità del racconto corrispondevano  partiture molto bene elaborate che alternavano a brevi recitativi secchi (ossia “punteggiati” solo dal cembalo) numeri musicali quali arie (equamente distribuite fra i personaggi), cavatine,  duetti e brani d’insieme. Particolarmente elaborati erano i “concertati” dei due finali d’atto con  tutti i personaggi sul palcoscenico: il primo aveva il compito di riassumere l’intreccio della  vicenda, il secondo esponeva invece la sua risoluzione con il consueto festoso finale.  L’orchestra, visti anche gli spazi ristretti offerti dal teatro, era molto ridotta: un complesso  d’archi con quattro o cinque fiati. L’«intermezzo per musica» L’amore ingegnoso  fu rappresentato nella stagione di carnevale  del 1785. Nel libretto di sala si legge: «La Musica è del Celebre Sig. GIOVANNI PAISIELLO  Napolitano, Compositore di S.M. IL RE DELLE DUE SICILIE, e all’attual Servizio di S.M.  L’IMPERATRICE DI TUTTE LE RUSSIE &c.». Paisiello, grazie ad una lunga licenza  concessagli da  Caterina II, era infatti ritornato da qualche mese a Napoli dove aveva  avuto  accoglienze trionfali ed era stato assunto da re Ferdinando. Avendo pochissimo tempo a  disposizione per adempiere alla commissione del Valle l’opera fu scritta con molta fretta come si evince dalla grafia dell’autografo. Alla fine della scena 12 si legge: «Fine dei recitativi. Ma mi rincresce per il Povero Cristo che l’avrà da copiare perché non ne capirà una parola stante che non li capisco neppur io».  Proprio per la fretta aveva pensato, come era d’uso allora, di  riciclare diverse arie tolte da opere precedenti come il Barbiere di Siviglia e Re Teodoro.  Anonimo è l’autore del libretto, forse messo su dallo stesso compositore. Le parti femminili  erano affidate a due castrati in ossequio  alla proibizione papale per le donne di esibirsi in  palcoscenico. La parte di Giannina, la giovane «astuta, che affetta semplicità all’occasione»,  era interpretata da Andrea Martini detto il Senesino, beniamino del pubblico romano.  La parte del  Don Martufo era affidata allo specialista “buffo” Gennaro di Luzzo venuto appositamente  da Napoli.  La piazza romana era stata sempre molto difficile per i compositori “forestieri” per  via soprattutto dell’ostruzionismo dei compositori locali che ne temevano la concorrenza.  Secondo le testimonianze dei biografi coevi  il pubblico, sparsasi la voce dei riciclaggi, protestò vivacemente fino a tutto il primo atto salvo poi acquietarsi nel secondo. Paisiello si risentì  talmente che giurò di non scrivere più una nota per il pubblico romano e mantenne la  promessa. L’opera circolò poi in vari teatri italiani interpretata sempre da castrati tanto che,  salvo errore, la rappresentazione odierna non solo è una prima ripresa in tempi moderni ma  anche il primo allestimento con interpreti femminili.    La trama è consueta. Don Martufo «Uomo credulo ma sospettoso, Amante e Tutore di  Giannina» vorrebbe sposare la fanciulla la quale però è amata corrisposta da Leandro. Il  giovane, con l’aiuto della sorella Leandra  (che aspira a sposare Don Martufo) e del fido  servitore Berto, riesce  “ingegnosamente” a costringere il tutore a dare l’assenso al matrimonio.    La revisione è stata condotta dall’autografo conservato presso la biblioteca del Conservatorio “S. Pietro a Majella”di Napoli e da manoscritti di arie staccate, effettuate da copisti romani in  occasione della rappresentazione del Valle su commissione di amatori, conservate presso la  biblioteca del Conservatorio "S.Cecilia" di Roma.                                                                Domenico Carboni L’amore ingegnoso "L’Amore ingegnoso": successo di Opera Aperta "L’Amore ingegnoso" di Giovanni Paisiello apre con successo un'iniziativa voluta da Cinzia Pennesi, Opera Aperta, per riscoprire Opere da Camera con predilezione per il genere "buffo" dal settecento ai giorni nostri. di Alberto Pellegrino I protagonisti dell'opera. (foto) Elisabetta Lombardi (Lindora) e Baltazar Zuniga (Leandro) (foto) © G.sordi 2011 Musicale Governativa del Conservatorio di Musica “S. Cecilia”, ha proceduto alla  ricostruzione del manoscritto della partitura dell’opera di Giovanni Paisiello L’Amore  ingegnoso, un “intermezzo per musica” di cui si conosceva l’esistenza attraverso il libretto di sala dove si legge: “La Musica è del Celebre Sig. Giovanni Paisiello Napoletano  Compositore di S. M. Il Re delle Due Sicilie, e all’attual Servizio di S. M. l’Imperatrice di tutte le Russie & c”. Paisiello, avendo pochissimo tempo a disposizione, scrisse l’opera  commissionata dal Teatro Valle di Roma nel 1785 con molta fretta come è facile desumere  dall’autografo dove ad un certo punto si legge: “Fine dei recitativi. Ma mi rincresce per il  Povero Cristo che l’avrà da copiare perché non ne capirà una parola stante che non li  capisco neppure io”. Sempre a causa del poso tempo a disposizione il compositore ha  riciclato anche alcune arie dalle sue opere precedenti Il Barbiere di Siviglia e Re Teodoro.  Lo stesso libretto risulta anonimo e forse è stato scritto dallo stesso compositore. Le parti  femminili sono state composte per i “castrati” vista la legge che nello Stato Pontificio era  proibito alle donne si salire sul palcoscenico. Pertanto l’allestimento, andato in scena nei  Teatro di Matelica (MC), Pollenza (MC) e Tolentino (MC), deve essere considerato non solo la prima assoluta in tempi moderni, ma anche la prima esecuzione con interpreti femminili.  La revisione è stata condotto sull’autografo esistente presso la Biblioteca del Conservatorio “S. Pietro a Majella” di Napoli e su manoscritti di arie staccate conservate presso la  Biblioteca del Conservatorio di “S. Cecilia” a Roma. Andata in scena con la regia di  Domenico Carboni e le scenografie di Rita Romagnoli, l’opera è risultata particolarmente  gradevole e brillante grazie alla esecuzione dell’Orchestra Accademia della Libellula diretta dal M° Cinzia Pennesi. E all’impegno di interpreti particolarmente validi: per le parti  femminili il giovanissimo soprano marchigiano Annarosa Agostini (Giannina), il  mezzosoprano Elisabetta Lombardi (Lindora) che vanta un brillante curriculum nel  repertorio settecentesco; per le parti maschili il tenore messicano Baltazar Zuniga  (Leandro), il baritono tedesco Thomas Busch (Berto) e il baritono Walter Alberti che ha  fornito un’ottima prova nei panni di Don Martufo, si tratta infatti di un interprete che può  vantare una brillante carriera avendo lavorato a fianco di illustri direttori d’orchestra e registi in particolare nel ruolo di baritono buffo nei principali teatri italiani e stranieri compresi La  Scala, l’Opera di Roma, il San Carlo di Napoli, il Comunale di Bologna, il Regio di Torino, il Massimo di Palermo, il Coven Garden e la Carnegie Hall. La vicenda si svolge sulle rive del Brenta, in un giardino dove si affacciano due ville  rispettivamente abitate da Don Martufo e dalla sua giovane pupilla Giannina, da Leandro e  dalla sorella Lindora. Giannina e Leandro sono innamorati, ma non riescono ad incontrarsi a causa della spietata sorveglianza del tutore. La ragazza ha scritto una lettera che cerca di  far recapitare all’innamorato, ma Don Martufo la sorprende e vorrebbe impadronirsi dello  scritto. Allora Giannina, inventandosi la presenza di un ladro, provoca una certa confusione per cui il tutore va alla caccia dell’intruso. Arrivano Leandro e il fedele Berto per incontrare  Giannina, quando ritorna Don Martufo che scambia il servo per il ladro. Berto per difendersi inventa la scusa che è entrato nel giardino per cercare un tesoro che ha saputo vi è stato  sotterrato. Don Martufo si convince e esce per affari, per cui Leandro si può incontrare con  Giannina, dichiarare il suo amore e giurarle fedeltà. Lindora promette di aiutare il fratello  intercedendo presso Don Martufo, ma quando lo incontra non lo riconosce e accusa il vicino di essere una persona sgradevole che impedisce ai due giovani innamorati di incontrarsi.  Don Martufo, venuto a conoscenza dei sentimenti dei due giovani, rimprovera Giannina per i suoi sotterfugi, essendo segretamente innamorato della ragazza, la quale sorprende  Leandro con la sorella e crede che il giovane la tradisca con un’altra, per cui giura di  vendicarsi. Lindora, appresa la verità da Berto, si dispera per aver causato questo disastro,  anche se il servo dichiara di poter aggiustare le cose. Giannina per vendicarsi chiede al  tutore di trovargli un marito e Don Martufo approfitta per offrire se stesso come sposo,  ottenendo però il rifiuto della ragazza. Lindora si propone di rimediare al suo errore,  cercando di conquistare per sé Don Martufo. Mentre Berto cerca di convincere Giannina  che Leandro le è fedele. Il servo viene di nuovo sorpreso dal tutore che ritorna a parlargli  del tesoro. Leandro e Giannina s’incontrano, ma la ragazza è ancora convinta di essere  stata tradita e per vendetta invita il giovane ad entrare in casa per farlo sorprendere da Don Martufo. Nel frattempo Lindora si nasconde in casa, per cui al momento di far scattare la  trappola il tutore trova Lindora la posto del giovane innamorato, così Giannina scopre che si tratta della sorella di Leandro, mentre Don Martufo si sente preso in giro e si scaglia contro tutti. Il tutore non è insensibile alle attenzioni di Lindora e Giannina si finge gelosa, intanto  Berto si dà da fare per far sapere a Don Martufo che la giovane è invaghita di lui e che è  molto ricca, cosa che la rende ancora più attraente agli occhi dell’anziano spasimante.  L’azione si sposta nella casa di Leandro, dove Berto annuncia l’arrivo di Don Martufo e della pupilla. Mentre Leandro medita sulla volubilità delle donne, Don Martufo fa la corte a  Lindora, ma è sorpreso da Giannina che gli fa una scenata di gelosia. Leandro sostiene che è stato oltraggiato l’onore della sorella e sfida a duello il tutore. Lindora prende le difese del suo “innamorato” e gli onsiglia di darsela a gambe, ma Leandro pretende come riparazione  la mano della pupilla, mostrandosi sempre più minaccioso. Berto interviene per riportare la  pace e tutti ora sembrano felici meno il povero Don Martufo che appare sempre più  smarrito. Giannina e Leandro si scambiano nuove promesse d’amore, ma il tutore cerca  ancora di opporsi alla loro unione. Giannina si nasconde e Don Martufo la cerca disperato.  Lindora cerca di consolarlo offrendole il suo amore ed arriva anche Giannina che gli chiede perdono per la sua disubbidienza. Il tutore commosso concede l’autorizzazione alle nozze e decide di consolarsi con la bella Lindora. Alla fine tutti innalzano un inno all’amore che si  prende gioco degli umani. (Alberto Pellegrino)   torna all'indice dei commenti